La maestra e il partigiano

scritto da Supersoul
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Testo: La maestra e il partigiano
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Gianna faceva la maestra elementare e quando la sua scuola venne occupata dai partigiani, invece di scapparsene a casa, restò seduta dietro la cattedra. Come se aspettasse il ritorno dei suoi alunni. 
Non accettava che la guerra appena finita fosse già ricominciata. Voleva indietro la normalità.
Un giovanotto dall'aria scaltra e sfrontatata aprì la porta dell'aula e la guardò, stupito.
“Che ci fa ancora qui, aspetta la campanella?” le fece, sogghignando.
“No, aspettavo proprio te, siediti.”
Il giovane partigiano rimase di stucco per qualche istante e poi scoppiò a ridere.
Gianna attese la fine della sua ilarità e poi lo trafisse:
“Che c'avrete da ridere, non lo capirò mai. Voi uomini, quando vi si presenta l'occasione per indossare la fondina e impugnare la pistola, diventate tanto euforici quanto stupidi. Be', sapete che c'è? Avete tutti la mia benedizione: andate ad ammazzarvi l'uno con l'altro, ma fatelo fino in fondo, sterminatevi, sparite dalla faccia della Terra!”
Il giovane partigiano impallidì e poi se la diede a gambe.
Gianna gli rise dietro, compiaciuta. Sentiva crescere dentro di sé una rabbia nuova. E questo non le dispiaceva. Assaporava per la prima volta nella sua vita il sottile gusto del potere. Nel suo caso, quello della parola.
Nel caso di Corrado detto Ulisse, invece, il potere coincideva con l'azione.
Un suo sottoposto gli aveva riferito che una delle maestre era ancora nell'edificio e che molto probabilmente era impazzita.
Fece risuonare i suoi stivali nel corridoio e aprì la porta dell'aula 2° B.
La maestra era ancora lì, seduta eretta dietro la cattedra, con lo sguardo nel vuoto.
“Signora maestra, si sente bene? Sono Ulisse, il capo della cellula. Sarebbe più sicuro se lei andasse a casa. Qui potrebbe succedere di tutto, i tedeschi ci controllano...”
“A casa o qui non cambia niente, non c'è un posto sicuro quando la follia è al potere.”
“Come vuole, la vita è la sua...”
“Quale vita? Vi sembra vita questa? Questa è una tortura, un'agonia senza fine. Grazie alla vostra idiozia camuffata da orgoglio le vite di tutti sono diventate delle vie crucis, dei calvari... Ve ne rendete conto, o devo andare alla lavagna e spiegarvelo con un disegno?”
Corrado non aveva mai conosciuto una donna del genere. Era sbalordito e ammirato. Nonostante le accuse che gli aveva lanciato, non si sentiva offeso. Forse perché aveva ragione. O forse perché quella donna minuta e spavalda gli piaceva.
“Sa scrivere a macchina?” le fece senza preamboli.
“Certo, perché?”
“Perché così avrà modo di dare sfogo alla sua rabbia e spazio al suo talento con le parole: la nomino addetta stampa della cellula direttiva della brigata Gramsci di Terni. Scriverà i nostri comunicati e anche i nostri volantini.”
Gianna rimase interdetta: non se l'aspettava proprio quella proposta. Si aspettava piuttosto di essere cacciata con la forza. Si era già vista sollevata con tutta la sedia e portata in strada.
Invece quell'uomo rude armato di pistola e mitra le stava chiedendo di unirsi a loro. Di aiutarli. Ma lei non voleva far parte di quella guerra insensata. Non voleva aiutare nessuna delle due parti.
“Perché dovrei farlo?”
“Perché noi, nonostante tutto, siamo meno peggio degli altri.”
Gianna osservò meglio l'uomo che aveva davanti. La prima cosa che si notava in lui era l'altezza. Il viso era quasi interamente occupato dai suoi grandi occhi tristi. I suoi movimenti, la sua postura, facevano pensare a un lupo. Al capobranco.
E il suo nome di battaglia lo confermava.
“Perché siete meno peggio? Spiegamelo, Ulisse.”
“Perché noi siamo il braccio armato degli indifesi, di tutti gli indifesi, comprese le maestre.”
“Non so le colleghe, ma io non lo voglio un braccio armato, preferisco una mano tesa.”
“Anche io la preferisco, ma dall'altra parte c'è un esercito in ritirata che è quanto di peggio possa capitare durante una guerra. Non sono più dei soldati, sono dei banditi che saccheggiano, distruggono e uccidono prima di scappare.”
Gianna non trovò una risposta adeguata. Quel capobranco aveva colpito nel segno. L'orrore della guerra l'aveva spinta a eluderla, a non informarsi sui suoi sviluppi, a non leggere i giornali. Si sentì stupida, deglutì e poi disse:
“Va bene, mi hai convinto. Quando comincio?”
“Anche subito, se vuole.”
A Gianna venne un dubbio: aveva accettato perché l'avevano convinta le sue parole o i suoi occhi di lupo triste?

La maestra e il partigiano testo di Supersoul
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